Due cose (non ovvie) da tenere d’occhio #6 – Mattoni e app

Una valanga di mattoni

Cosa sta succedendo. È facile intuire che qualcosa non va nell’economia quando i prezzi aumentano velocemente (e non i redditi). È facile, per esempio, intuire i danni che gli alti prezzi energetici stanno infliggendo a famiglie e imprese in Italia e in Europa. Ma è molto più difficile intuire un pericolo che arriva da qualcosa che molte famiglie, soprattutto in Italia, possiedono già: la casa.

Per gran parte delle classi medie del mondo la casa rappresenta l’asset principale che costituisce la loro ricchezza. Molti di noi hanno risparmi, una macchina, qualche proprietà più piccole. Ma spesso la casa, se l’abbiamo, rappresenta di gran lunga il nostro bene più prezioso. Per molti la casa non è soltanto un posto dove abitare. È anche il “collaterale” principale che utilizziamo per chiedere prestiti e fare investimenti. Tantissimi di noi la utilizzano per garantire il mutuo che chiedono proprio per poterla acquistare. La casa è sicura proprio perché aumenta sempre di prezzo. Ed è conveniente proprio perché se non l’acquisto oggi costerà sicuramente di più domani.

È stato certamente così in questi ultimi dieci anni. Bassi tassi di interesse hanno reso il mattone un investimento conveniente sia per chi investiva sia per chi cercava un posto per mettere i propri capitali sperando che acquistassero rapidamente valore. Una tendenza che ha visto una nuova drammatica accelerazione durante la pandemia, quando le grandi iniezioni di denaro pubblico in gran parte del mondo hanno spinto ancora più famiglie a investire nel mattone.

Ma non è sempre stato così. Durante le maggiori crisi economiche della storia, l’ultima nel 2008, anche le case hanno perso valore, spesso mandando all’aria anche i sistemi bancari. E qualcosa del genere potrebbe ripetersi molto presto.

È iniziato tutto con l’inflazione. L’impennata inflazionistica che ha colpito di sorpresa gran parte del mondo nell’ultimo anno ha portato quasi tutte le banche centrali del mondo a introdurre i più alti rialzi dei tassi di interesse delle ultime decadi. Il risultato è stato uno shock delle economie, e del modo in cui le cose sono state fatte per molti anni. Il settore immobiliare è diventato improvvisamente assai meno attraente e i mutui per i potenziali compratori estremamente più cari. La domanda per l’acquisto di case, di solito sempre forte, sta cominciando a indebolirsi pericolosamente, col rischio di avere presto un effetto molto negativo anche sul valore dei patrimoni immobiliari.

Perché è importante: Anche se ci piace pensarla come un mondo ordinato di numeri e conti, l’economia è una cosa caotica, soprattutto da quando è diventata sempre più internazionale. Come nel celeberrimo detto del battito d’ali di farfalla a Pechino (che causerebbe un tornado in Messico), anche per l’economia internazionale è difficile prevedere le conseguenze di cambiamenti anche minori. Questo è vero soprattutto se parliamo di cose che sono rimaste pressoché simili, e positive, per molti anni. Come, appunto, i prezzi delle case sempre in crescita.

Di quello che succede quando qualcosa il cui valore che ha sempre avuto una crescita positiva inizia improvvisamente a contrarsi abbiamo parlato nel primo numero di Due Cose (Non Ovvie), a proposito dei bond statali inglesi. Per il valore delle case potrebbe non essere molto diverso.

A rischiare, stavolta, non sono tanto le banche che hanno concessi i crediti garantiti dal valore degli immobili. Quest’ultime dalla crisi del 2008 hanno molte più valvole di protezioni per evitare nuove crisi analoghe. Non sarebbero nemmeno troppo a rischio i mutui della maggior parte delle famiglie occidentali come accaduto 12 anni fa. Sebbene certamente molte famiglie si troveranno rate ben più salate da pagare, i criteri di concessioni del credito e i meccanismi per ristrutturarlo sono diventati molto più efficienti dal 2008 a oggi (anche se nel nord Europa, dove questi nuovi strumenti si sono utilizzati di meno, potremmo vedere parecchi mutui andare insoluti). A rischiare invece sono tutte le altre categorie di investitori, compresi quelli molto grossi, come interi fondi di investimento che gestiscono i risparmi di migliaia di persone, che hanno usato patrimoni immobiliari come collaterali per i propri investimenti. Gli effetti domino di improvvisi crolli di prezzo degli immobili sono impossibili da prevedere, e se anche oggi sembrano assai più protetti di 14 anni fa, questo non esclude che l’onda lunga di una vasta reazione a catena non finisca per investire nuovamente anche banche e piccoli debitori. 

Guadagni digitali, debiti reali

Cosa sta succedendo: Per anni investire nel settore tech è sembrata una mossa quasi scontata. Le azioni delle compagnie GAFA (il famigerato termine con cui i nostri cugini d’oltralpe hanno soprannominato Google, Amazon, Facebook e Apple). Fra i tanti cambiamenti introdotti dalla guerra della Russia e la crisi economica globale c’è anche la fine dell’invincibilità di queste aziende nelle borse globali.  Il mese scorso, ad esempio, le azioni di Amazon sono crollate del 18%, cancellando 202 miliardi di dollari di valutazione in uno dei più grandi ribassi di tutti i tempi. Il crollo della valutazione ha lasciato Amazon a “soli” circa 930 miliardi di dollari, il livello più basso dall’inizio della crisi di Covid. Il crollo è però avvenuto in un periodo molto particolare, dato che le azioni sono crollate a causa dei forecast negativi dell’azienda per il periodo festivo, che normalmente è invece molto vivace per l’e-commerce. L’uscita di Amazon dal club elitario delle aziende che valgono più di mille miliardi di dollari è un tipico caso di mal comune mezzo gaudio.  A fine ottobre le grandi aziende tecnologiche hanno avuto un crollo enorme, in quando il settore risente della crisi del costo della vita e dell’aumento dei tassi di interesse. L’indebolimento del clima economico, che sta colpendo le tasche dei consumatori con l’aumento dei tassi di interesse, ha messo sotto pressione le operazioni di vendita al dettaglio online e posto fine a una crescita da capogiro durata decenni. Questo però non è limitato alle GAFA- In effetti, non è difficile non notare una connessione con il crollo del venditore di criptovalute FTX e i guai in cui si è andato a ficcare Softbank, uno dei più grandi attori finanziari nel campo oggi entrato in sofferenza,

Perché è importante: Come scrive Leo Lewis su Financial Times, è probabile che stiamo assistendo a un tipico caso di “bezzle”, o “becerume”. Il termine è stato coniato dall’economista Kenneth Galbraith e descrive la discrepanza temporanea tra i valori percepiti delle attività e il loro valore reale a lungo termine – un divario che, secondo la storia, si allarga maggiormente durante i periodi di boom e di esuberanza negli investimenti. Con tanti soldi in giro si tende a investire – e rischiare – di più, anche su prodotti senza un particolare valore intrinseco. Il crollo del VisionFund 2 di Softbank, uno dei più grossi investitori nel campo tech, è un esempio plateale di tutto ciò. Il crash di VisionFund è costato miliardi di dollari al suo patron, Masayoshi Son. Se gli investimenti del VisionFund 2 in aziende tecnologiche private fossero stati redditizi, il fondatore di SoftBank avrebbe potuto guadagnare molto senza rimetterci alcun capitale iniziale. Son si trova invece con un debito di 4,7 miliardi di dollari, impoverendo nettamente  uno degli uomini più ricchi del Giappone. A differenza del primo VisionFund da 100 miliardi di dollari, che si era assicurato decine di miliardi di dollari dai fondi sovrani del Medio Oriente, il suo secondo grande veicolo di investimento tecnologico non ha finanziatori esterni. Gli unici investitori sono SoftBank e Son, con una parte delle quote dell’azienda detenute sotto forma di azioni privilegiate, che hanno un rango superiore a quello del suo fondatore. Il crollo di FTX, nella quale Softbank aveva grandemente investito, lascia quindi debiti enormi personalmente a Son.  Il crollo delle valutazioni tecnologiche che ha danneggiato SoftBank non invalida completamente le intuizioni su cui hanno scommesso personaggi come Elon Musk o il patron di Softbank, Masayoshi Son. Ma sembra sempre più chiaro che buona parte del capitale accresciuto in anni di investimenti e crescita siano stati anche risultato di un enorme hype e eccessiva fiducia nei listini.

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